<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Racconti Archivi - Simona Marabese</title>
	<atom:link href="https://www.simonamarabese.it/category/racconti/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.simonamarabese.it/category/racconti/</link>
	<description>Blog</description>
	<lastBuildDate>Sun, 26 Mar 2023 16:42:32 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9</generator>

<image>
	<url>https://www.simonamarabese.it/wp-content/uploads/2022/01/cropped-favicon-32x32.png</url>
	<title>Racconti Archivi - Simona Marabese</title>
	<link>https://www.simonamarabese.it/category/racconti/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
	<item>
		<title>Sasha</title>
		<link>https://www.simonamarabese.it/sasha/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Marabese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 26 Mar 2023 16:42:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.simonamarabese.it/?p=901</guid>

					<description><![CDATA[<p>Dacci dei giocattoli Sire e non ti disturberemo. Correremo nei prati verso il sole giocando. Perché siamo bambini e prima di vivere dobbiamo giocare. La storia di Sasha L’altra notte non riuscivo a dormire. Faceva freddo e non mi bastava la coperta stesa sul pavimento per scaldarmi.Mi sono affacciato alla finestra per vedere il mio paese. Non è molto bello perché oramai non c’è rimasto quasi nulla. Dalla finestra si vedono solo case diroccate, qualche rudere, perché le bombe hanno distrutto tutto.Mi sono affacciato per vedere se almeno di notte la gente riesce a dormire anche con tutti i rumori di spari che ci accompagnano sempre. C’è stato un attimo invece in cui ho sentito il rumore del silenzio. Ho pensato: un miracolo! Non c’erano urla, né gemiti, né carri armati volanti. Ho pensato anche per un momento che fosse arrivato quel signore di cui ci parlano sempre a scuola. Ci hanno detto che sarà lui un giorno a portare la pace. Allora questo silenzio significava che lui stava per arrivare per portare la pace. Ho avuto paura. Sono nato nella guerra e non so cosa sia la pace. Mi hanno raccontato che quando un giorno non ci saranno più [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/sasha/">Sasha</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Dacci dei giocattoli Sire e non ti disturberemo. Correremo nei prati verso il sole giocando. Perché siamo bambini e prima di vivere dobbiamo giocare.</p>
<cite>La storia di Sasha</cite></blockquote>



<p>L’altra notte non riuscivo a dormire. Faceva freddo e non mi bastava la coperta stesa sul pavimento per scaldarmi.<br>Mi sono affacciato alla finestra per vedere il mio paese. Non è molto bello perché oramai non c’è rimasto quasi nulla. Dalla finestra si vedono solo case diroccate, qualche rudere, perché le <a href="https://www.rainews.it/maratona/2023/03/guerra-in-ucraina-la-cronaca-minuto-per-minuto-giorno-395-6c3208b3-663f-4284-b8bc-df4725f80ffe.html">bombe</a> hanno distrutto tutto.<br>Mi sono affacciato per vedere se almeno di notte la gente riesce a dormire anche con tutti i rumori di spari che ci accompagnano sempre.</p>



<p><br>C’è stato un attimo invece in cui ho sentito il rumore del silenzio. Ho pensato: un miracolo! Non c’erano urla, né gemiti, né <a href="https://it.euronews.com/2023/03/02/ucraina-distrutti-numerosi-carri-armati-russi#:~:text=La%20Russia%20avrebbe%20perso%20almeno,secondo%20quanto%20riferito%20da%20Kiev.">carri armati </a>volanti. Ho pensato anche per un momento che fosse arrivato quel signore di cui ci parlano sempre a scuola. Ci hanno detto che sarà lui un giorno a portare la pace. Allora questo silenzio significava che lui stava per arrivare per portare la pace.</p>



<p><br>Ho avuto paura. Sono nato nella guerra e non so cosa sia la <a href="https://www.savethechildren.it/blog-notizie/crisi-ucraina-russia-tutto-quello-che-c-e-da-sapere?gclid=Cj0KCQjw2v-gBhC1ARIsAOQdKY0PRYYo4AXU1-A26K8N9RN_lho4gSc3ELJXbJmXZZKZ2iZxEI8mpEsaAmusEALw_wcB">pace</a>. Mi hanno raccontato che quando un giorno non ci saranno più spari, quando non ci sarà più gente ammalata quando tutti avremo da mangiare, un materasso su cui dormire, allora quel giorno ci sarà la pace. Se ci penso sono contento. Ah, Se ci fosse ancora Sasha il mio fratellino, sono sicuro che anche lui sarebbe contento di questa cosa.</p>



<p><br>Solo che lui ora non c’è. Non so bene dove sia andato. Mi ricordo l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo andati nel vicolo vicino insieme agli altri bambini. Li c’è una piazza molto grande dove possiamo giocare. La mamma ci aveva avvertiti di stare attenti, ci aveva detto di guardare sempre per terra prima di camminare. Invece Sasha ha voluto fare un gioco strano. Ha visto enorme sasso nel centro della piazza e ha voluto prendere la rincorsa per saltarlo. Ma mentre correva ha inciampato in qualche cosa, una specie di <a href="https://www.simonamarabese.it/jamal-il-mio-fratellino/">giocattolo</a>, sembrava una farfallina gialla. Poi non mi ricordo molto, ho sentito un botto e della polvere che si alzava e sono caduto. Quando ho riaperto gli occhi c’era tanta gente ma Sasha non c’era. Al suo posto ho visto delle macchie rosse, di sangue. Ho urlato” Sasha, Sasha!” ma lui non rispondeva, non c’era più.</p>



<p><br>E nemmeno adesso c’è. Non dorme più vicino a me sulla coperta stesa sul pavimento.</p>



<p><br>Verrà la pace un giorno mi dice sempre la mia<a href="https://www.simonamarabese.it/nello-zainetto-di-ivan-coca-cola-e-mandarini/"> mamma</a>. Allora tutte le sere prima di dormire dico una preghiera a quel signore che è disegnato sul libro di scuola e gli chiedo di portare la pace, così davvero Sasha ritornerà. Si, perché non so bene cosa voglia dire la mamma quando dice che ci sarà la pace, perché io sono nato in mezzo alle bombe e non so cosa significhi stare senza. Però per me la pace ci sarà quando un giorno potrò tornare con gli altri bambini a giocare nel vicolo qui vicino senza aver paura di schiacciare le farfalle gialle. E sono sicuro che quel giorno ci sarà anche Sasha a giocare con me.</p>



<p><br>Ecco, è finito il silenzio, riprendono gli spari, forse è meglio che torni a dormire. Buona notte Sasha in qualunque posto tu sia. Sul pavimento c’è sempre un po’ di coperta per te, quando vorrai tornare a dormire vicino a me.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/sasha/">Sasha</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;omino magico</title>
		<link>https://www.simonamarabese.it/l-omino-magico/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Marabese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Apr 2022 14:44:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[beslan]]></category>
		<category><![CDATA[bombe]]></category>
		<category><![CDATA[ceceni]]></category>
		<category><![CDATA[Cecenia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[guerra e bambini]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[omino magico]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>
		<category><![CDATA[strage]]></category>
		<category><![CDATA[terroristi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.simonamarabese.it/?p=787</guid>

					<description><![CDATA[<p>L&#8217;omino magico- i bambini con la guerra non centrano Ma a niente serve la vendetta. Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta. Finché ci sono ancora bimbi vivi, non ci dimentichiamo la parola “insieme”. Nessuno di noi è eroe da solo, ma dinanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi. Io sto insieme ai bambini bruciati. Sono anche io uno di loro….”uno della scuola di Beslan”. Evgenij Evtushenko. È stato gettato a terra contro il muro della palestra, con violenza come si lanciano le bestie. L’uomo imbavagliato gli ha sferrato due calci, poi ha puntato la canna del fucile sotto il suo mento, sollevandogli la testa “Chi sono io secondo te? Un russo&#8230;un ceceno? Chi sono io?  Ti faccio paura vero? Avanti stupido bambino rispondimi altrimenti ti farò saltare il cervello fino a far schizzare il tuo sangue su tutti muri”. Murat è a terra a cavalcioni, trema ma alza lo sguardo verso quell’uomo e tenta di rispondere alle sue provocazioni balbettando. Sente che se non dirà nulla, egli con tutte le probabilità davvero farà partire un colpo dal suo fucile e allora non potrà più vedere sua madre. Risponde con parole biascicanti “Signore… Lei è un signore grande, io [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/l-omino-magico/">L&#8217;omino magico</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>L&#8217;omino magico- i bambini con la guerra non centrano</p>



<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p><em>Ma a niente serve la vendetta.</em></p><p><em>Salvaci, Dio dai molti nomi, dalla vendetta.</em></p><p><em>Finché ci sono ancora bimbi vivi,</em></p><p><em>non ci dimentichiamo la parola “insieme”.</em></p><p><em>Nessuno di noi è eroe da solo,</em></p><p><em>ma dinanzi alla nuda verità tutti noi siamo nudi.</em></p><p><em>Io sto insieme ai bambini bruciati.</em></p><p><em>Sono anche io uno di loro….”uno della scuola di Beslan”.</em></p><p>Evgenij Evtushenko.</p></blockquote></figure>



<p class="has-drop-cap">È stato gettato a terra contro il muro della palestra, con violenza come si lanciano le bestie. L’uomo imbavagliato gli ha sferrato due calci, poi ha puntato la canna del fucile sotto il suo mento, sollevandogli la testa “Chi sono io secondo te? Un russo&#8230;un ceceno? Chi sono io?  Ti faccio paura vero? Avanti stupido bambino rispondimi altrimenti ti farò saltare il cervello fino a far schizzare il tuo sangue su tutti muri”. Murat è a terra a cavalcioni, trema ma alza lo sguardo verso quell’uomo e tenta di rispondere alle sue provocazioni balbettando. Sente che se non dirà nulla, egli con tutte le probabilità davvero farà partire un colpo dal suo fucile e allora non potrà più vedere sua madre. Risponde con parole biascicanti “Signore… Lei è un signore grande, io invece sono un bambino signore, non so se russo, o ceceno io conosco solo russi, perché qui sono tutti russi” si interrompe, gli viene il magone e la voce si perde tra i respiri affannosi di chi sta ammassato uno sull’altro. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il terrorista lo guarda con disprezzo; come ha osato quel bambino rispondere davvero alle sue provocazioni? </h4>



<p>Non può e non deve farlo. Si sente preso da due istinti, ammazzarlo o far finta di nulla. Esita, gli tremano le mani, gira il volto, sputa sul pavimento “Che il diavolo ti porti…stupido bambino”. Si agita, mette la mano sul grilletto e sta per premerlo.&nbsp; Murat percepisce le sue intenzioni, lo guarda con una smorfia di dolore, lo supplica con lo sguardo a non fare ciò che teme. Intanto gli altri terroristi si sono momentaneamente allontanati. “Andrezha di là” grida uno di loro all’uomo imbavagliato mentre&nbsp; esce dalla palestra. “Oggi è la tua giornata fortunata bambino russo”, stacca la mano dal grilletto&nbsp; e si allontana farfugliando frasi incomprensibili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Murat continua a tremare, ha paura “Dove sei? Perché non vieni a salvarmi? &#8211; dice e comincia a piangere.</h4>



<p>Fa molto caldo in quella palestra. Ammassati uno sull’altro alcuni bambini piangono ininterrottamente, e questo aumenta l’ira dei terroristi. Murat  cerca con lo sguardo i suoi insegnanti ma la vista dall’altra parte della palestra non ci arriva. Sente dei crampi ”Cosa ci faranno adesso?”. Passano altri minuti interminabili. Qualcuno grida ”Lasciateci andare per l’amore di Dio”, Murat è stanco, la tensione è troppa. Appoggia la testa sulle braccia e si addormenta.</p>



<p>Nel sogno Murat corre, vuole raggiungere il padre.&nbsp; Lo scorge in lontananza intento a raccogliere le barbabietole nel Kholkoz, dove lavora da una vita intera.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corre Murat, corre forte. </h4>



<p>Il sole è alto e scalda come una torcia, e mentre corre ansima e sente la maglietta appiccicarsi al dorso per il troppo sudore. Vuole raggiungere il padre più in fretta possibile.&nbsp; “Papà, papà! E’ buio andiamo a casa!”” Hai fatto i compiti?” gli grida Andrei vedendolo all’orizzonte. Murat si avvicina, non gli risponde ma comincia a ridacchiare in un modo così naturale tanto da intenerirlo.&nbsp; “Ho capito non hai nemmeno aperto i quaderni. Andiamo a casa dai, ti aiuto io”. ” E si avviano verso casa mano nella mano.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La&nbsp;sera al Kholxoz&nbsp;Murat dal padre ci andava davvero, ogni giorno.&nbsp;</h4>



<p>E al povero Andrei dopo cena, appena Tatjana aveva sparecchiato la tavola, toccava stare in cucina per aiutare il figlio coi compiti. ”Dai domani pà” “Come domani? Per domani mattina devi finirli! Non vorrai fare la mia stessa fine! Ah, ti ci mando io nei campi se adesso non apri &nbsp;i quaderni!”. E mentre stava seduto vicino a Murat, Andrej sentiva la stanchezza accumulata durante la giornata entrare nelle ossa, tanto che spesso appoggiava la testa sul davanzale e gli occhi gli si chiudevano da soli e si addormentava. Nei suoi sogni vedeva il figlio diventare un medico, un ingegnere. Murat sarebbe diventato l’eroe della famiglia e forse anche di tutto il suo paese.&nbsp; </p>



<h4 class="wp-block-heading">Non voleva che facesse la sua stessa fine. </h4>



<p>Finita la scuola dell’obbligo Andrei era andato a lavorare nei campi, in un kholkoz della regione, era l’unico modo per sposare Tatjana. Ma dopo anni passati a lavorare la terra, a vangare con il suo sudore, aveva capito che forse sarebbe stato meglio intraprendere un’altra strada e magari diventare un impiegato statale e stare seduto al caldo in un vecchio e obsoleto ufficio di qualche amministrazione provinciale. Sarebbe stato tutto diverso, anche se amava stare all’aria aperta. Per questo motivo voleva che Murat riuscisse bene a scuola.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading">Pa, i compiti li ho finiti.</h4>



<p>Approfittando della stanchezza del padre, Murat era solito sussurragli “Pa, non ti preoccupare i compiti li ho finiti”, poi gli appoggiava una coperta sulle spalle, spegneva la luce e andava a dormire. E Andrej che si svegliava a notte fonda , apriva a lo zainetto di Murat, prendeva il quaderno dei compiti e li completava come era capace, cercando persino di imitare la scrittura del figlio. Non lo aveva mai detto a Murat e il figlio aveva cominciato a credere che esistesse un omino magico che la notte andava a trovarlo e finisse i compiti per lui. Capitava anche che si nascondesse per l’intera notte&nbsp; dietro la porta socchiusa della sua camera per cercare di vederlo. “Omino magico vorrei conoscerti”, poi stanco si buttava sul letto “Io ti voglio bene perché tu mi aiuti sempre. Sono sicuro che un giorno ti fai vedere” e spegneva la luce.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Murat&nbsp; si è svegliato, i pianti dei bimbi più piccoli fanno eco in tutta la palestra. </h4>



<p>Quando gli uomini armati sono entrati nella scuola li hanno costretti ad ammucchiarsi qui dentro. “Dovete stare zitti” grida uno di loro con una ferocia spietata. Un insegnante &nbsp;si alza e si avvicina ad alcune donne che continuano a piangere in maniera incontrollata. L’uomo incappucciato vicino alla porta centrale fa partire dei colpi di mitragliatrice, e questo si accascia sul pavimento&#8221;Se un solo uno di voi si lamenta ancora ne uccideremo un altro.&#8221;…..</p>



<h4 class="wp-block-heading">Vicino a Murat è rannicchiato Ivan. </h4>



<p>E’ un suo compagno della terza classe“ho sete Murat” bisbiglia&nbsp; ma non fa in tempo a finire la frase che uno degli uomini imbavagliati, dei tre rientrati dalla palestra lo sente. Gli si avvicina e gli punta la canna del fucile sotto il&nbsp; mento, sollevandogli con questa la testa ”Hai sete? Sai cosa ti faccio bere adesso?” Murat osserva impietrito “Non rispondere, stai zitto” bisbiglia. “No signore” risponde Ivan con lo sguardo offuscato dalle lacrime” Bene adesso ti pisci addosso e poi bevi. Fallo altrimenti ti ammazzo.” Lo prende per i capelli e lo trascina fuori. Si ente urlare, è Ivan. Murat è in preda al panico, gli viene da vomitare, chiude gli occhi“Ti prego vieni a liberarmi, lo so che puoi venire”. Passano cinque minuti, il terrorista rientra trascinando a terra Ivan, sporco di sangue sul viso. “Brutto moccioso, adesso hai ancora sete?” e lo spinge all’angolo. Tira fuori una sigaretta dalla tasca “Dima, al diavolo, dammi il fuoco”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il cinque settembre, il&nbsp; primo giorno di scuola, a Besla<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Strage_di_Beslan">n</a> era giorno di festa.</h4>



<p> Alunni e i loro insegnanti si preparavano a festeggiare con canti e danze l’inizio del nuovo anno scolastico. Quel giorno Tatjana non era ancora arrivata a scuola, perché si era recata prima nella merceria di Tamara,&nbsp; a comperare dei nastri per le sue alunne. Avrebbe iniziato a lavorare solo nel pomeriggio. ”Ne voglio due metri di quello rosa, sai le mie bambine sono vanitose”. Quando&nbsp; Tatjana vide entrare Anna ansimante e con uno sguardo terrorizzato&nbsp; capì subito che era successa una disgrazia. “E quando è successo ?”“Dimmi, Murat dove è? L’hai visto?” Ma Anna sconvolta non ascoltava già più e continuava a ripetere “E’,&nbsp; è una disgrazia, è una disgrazia! i nostri bambini, Dio ci salvi”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Tatjana non aveva nemmeno salutato Anna ed era uscita sbattendo la porta di vetro.&nbsp; </h4>



<p>Nel quartiere si udivano già le sirene delle ambulanze. Tatjana pensò di raggiungere subito la scuola, ma file di persone avevano già bloccato l’entrata e nonostante provasse a farsi largo non riusciva a vedere nulla di quello che stava accadendo. Pensò ad Andrej “Devo correre da lui. “Andrei Andrei corri è successo l’inferno.”gridò appena lo vide in lontananza. Nel Kholkoz nessuno sapeva ancora nulla e appena Tatjana si fermò, venne assalita dai colleghi di Andrej “Non so, non so ancora&nbsp; nulla, ma è una tragedia, lo sento”. E si preparano tutti a lasciare il campo sulle loro utilitarie.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L’aria si fa più pesante, i pianti dei bambini aumentano. </h4>



<p>Qualche insegnante cerca di alzarsi per tranquillizzarli mentre i terroristi, tutti con il volto coperto da cappucci, innescano esplosivi e collegano fili sulle loro teste. Ci sono ordigni dappertutto: sul pavimento sporco di sangue, sulle finestre, perfino nei canestri da basket.&nbsp; In questa specie di accampamento manca l’aria. Uno dei terroristi, preme il piede su un libro posato sul pavimento, all&#8217;interno del quale pare nascosto un detonatore. Accanto, sempre sul pavimento, giace un lanciagranate.&nbsp; &#8220;Non portare ancora qui i bambini&#8221;, ordina uno dei degli uomini armati, mentre un altro continua a collegare i fili.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Ivan si lamenta, gli duole il capo. </h4>



<p>“Ivan, Ivan non farti sentire” gli bisbiglia Murat, “se ti sentono questi ti ammazzano”.”Murat sto male, tanto male. “ “Adesso lui viene a liberarci, vedrai Ivan, stai tranquillo”. Ivan abbassa il capo sulle braccia e chiude gli occhi. “Muoviti omino magico, Ivan sta tanto male e anche lui ha bisogno del tuo aiuto”.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Fuori dalla scuola.</h4>



<p>All’esterno le torce elettriche illuminavano a giorno ogni angolo, nonostante fosse ormai buio. La folla cominciava ad accalcarsi sempre più davanti al cortile della scuola e la milizia locale&nbsp; faceva fatica a raggiungere i posti di blocco prefissati. Nel pomeriggio alcuni bambini erano riusciti in qualche modo a scappare dall’edificio e masse di persone quasi impazzite cercavano di rompere gli argini umani fatti dai soldati per cercare di raggiungerli. Si vedevano uomini correre con piccoli corpi di bambini denudati e stanchi tra le braccia e le donne si avvicinavano con la speranza di riconoscere il proprio figlio. Anche Tajana e Andrei avevano trovato posto non molto lontano dalla facciata anteriore dell’edificio. Avevano tentato di avvicinarsi di più al cancello ma vi era troppa gente che spingeva e si accalcava.&nbsp; Era arrivata anche la tv locale e i fotografi. “Avviciniamoci di più Tatjana” e Andrei la tirò per il braccio destro, facendosi spazio tra alcuni volontari “forse da vicino riusciamo a vederlo… “.</p>



<h4 class="wp-block-heading">“Ivan stai bene?” sussurra Murat al compagno che&nbsp; sembra non dare più segno di vita.</h4>



<p> Ivan non risponde.&nbsp; E’ pallido, ha il viso sporco di sangue.&nbsp; Murat allunga il braccio come a scuoterlo, ma niente da fare, Ivan non si muove. “Devo andarmene da qui, devo aiutarlo”. Lancia uno sguardo verso la porta che da sui bagni. “Se mi muovo lentamente –pensa- forse non mi vedono. Si, quando si gira…” L’uomo davanti a lui però non si muove. Ha un kalashnikov in mano e con una corda legata ad una piccolo ordigno&nbsp; attaccata al soffitto della palestra. Serhezha è rannicchiato dietro Murat. Intuisce&nbsp; ciò che Murat vuole fare e lo&nbsp; supplica con gli occhi di non muoversi. Ma Murat non gli bada. Nel momento in cui il terrorista preso dalla stanchezza posa il Kalasnhikov sul davanzale della finestra , striscia&nbsp; verso la porta fino a raggiungere l’entrata dei bagni. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La paura di Ivan.</h4>



<p>Accosta l’orecchio destro alla porta e non sentendo rumori sgattaiola dentro. Intanto dal corridoio laterale ai bagni si sentono dei passi. “Adesso cosa faccio?” E’ stanco, e non ce la fa più a reggersi sulle gambe.&nbsp; “Se uscissi da questa porta? Potrei raggiungere le scale e scendere fino al primo piano, e poi scappare dalla finestra&#8230;.E se mi vedono? Dove sei? “. Intanto il rumore dei passi diventa più forte. Gli viene da piangere. “Vai nei bagni” si sente urlare ”Ma non c’è nessuno ho già controllato” Al diavolo, ti ho detto di andarci, sono io che comando qui. E se c’è qualcuno fallo fuori subito!” “Ma chi vuoi che ci sai li?” Al diavolo, ci vado io”.</p>



<p>“Cosa faccio adesso?” pensa Murat.&nbsp; Viene preso dallo sconforto ”Omino magico vieni a prendermi ti prego”.</p>



<p>“Andrei non puoi stare tutto il giorno steso sul letto…” “E cosa mi resta da fare ora che non c’è più” e si voltò sul fianco sinistro. Chiuse gli occhi e si addormentò.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Nella palestra dopo tre giorni&nbsp; erano entrate le forze armate e avevano preso i <a href="https://www.repubblica.it/2004/i/dirette/sezioni/esteri/scuolarussia4sett/ossezia6sett/index.html">terroristi</a>. </h4>



<p>Ciò&nbsp; era costata la vita di molti bambini e ora a &nbsp;Beslan toccava solamente fare i conti dei morti e provvedere al loro funerale. Pochissimi erano i sopravvissuti.&nbsp; Centinaia di corpi, coperti da lenzuola grigie,&nbsp; giacevano nella piazza principale in attesa di essera ancora riconosciuti. Tra questi anche il corpo del piccolo Ivan, morto per le percosse subite. Vi erano altri corpi resi irriconoscibili dagli ordigni. Alcune persone avevano deposto sopra questi le foto dei loro figli, poichè ne avevano riconosciuti gli indumenti. </p>



<figure class="wp-block-image size-full is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" src="https://www.simonamarabese.it/wp-content/uploads/2022/04/beslan2.jpg" alt="" class="wp-image-794" width="373" height="209" srcset="https://www.simonamarabese.it/wp-content/uploads/2022/04/beslan2.jpg 744w, https://www.simonamarabese.it/wp-content/uploads/2022/04/beslan2-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 373px) 100vw, 373px" /><figcaption>Strage di Beslan- foto dal web</figcaption></figure>



<h4 class="wp-block-heading">Dove è Murat?</h4>



<p>Altri avevano scelto un corpo a caso, poiché nemmeno gli indumenti erano riconoscibili ma era più facile per loro pregare per qualcuno piuttosto che accettare l’idea di non ritrovare più i loro cari. Andrei invece&nbsp; non si era rassegnato. Murat non era stato trovato,&nbsp; e quando davanti a quei corpi stesi nel giardino della scuola gli avevano chiesto di indicare chi assomigliasse più a Murat, non lo aveva fatto, non voleva. Anche se la speranza cominciava ad affievolirsi non gli bastava un corpo qualunque su cui pregare. Fu&nbsp; Tatjana a convincerlo. “Andrei, se non sappiamo per chi pregare, preghiamo almeno per uno di loro. Le preghiere arriveranno anche a lui”. E così il quarto giorno Andrei si alzò dal letto, mise la camicia della festa e la giacca marrone, andò in bagno, si fece la barba e si pettinò “Andiamo Tatjana è ora.” Uscirono di casa salirono sul tram 52 e si diressero verso il cimitero comunale.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading">La cerimonia era durata alcune ore e alla fine Andrei non aveva più le forze di reggersi in piedi.</h4>



<p>Non volle però andare subito a casa. Salutò Tatiana e si diresse verso quello che era rimasto della scuola. Di fronte all’edificio, che oramai sembrava uno scheletro, le ruspe si erano fermate e c’era silenzio. All’entrata vi erano travi d’acciaio piegate dal calore dell&#8217;incendio, ruderi da tutte le parti.&nbsp; Andrei camminava&nbsp; con le spalle basse e gli occhi puntati sull’asfalto. Si ricordava che il prete durante la cerimonia&nbsp; aveva più volte ripetuto “ Questi bambini sono eroi, morti per la propria patria”. Ma ad Andrei, che lavorava nei campi e guadagnava a sufficenza per sfamare il figlio e la moglie, a lui non interessava nulla della sua patria. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Quale patria? Una patria oramai distrutta e lacerata dal dolore? </h4>



<p>Ma non bastava un pezzo di pane per vivere durante il comunismo? Si accontentavano anche di questo. Ora invece&nbsp; volevano l’indipendenza, la libertà. Per questo – avevano detto &#8211; quei terroristi armati erano entrati nella scuola, per la libertà. Ma la libertà di fare cosa? Quella tragedia non sarebbe dovuta succedere perché quei bambini innocenti non centravano nulla con la loro libertà.&nbsp;</p>



<h4 class="wp-block-heading">Si fermò davanti la scuola distrutta.</h4>



<p>Si fermò davanti al cancello, guardò in alto verso la finestra principale della palestra, ridotta oramai a scheggie di vetro,&nbsp; sperando di vedere ancora una volta il volto di Murat sorridente. Poi con le forze che gli erano rimaste superò le sbarre messe dalla milizia locale e entrò nell’edificio. Raggiunse la classe 5°, quella di Murat. Le pareti dell’aula erano imbrattate di piccole macchie di sangue e impregnate dell’odore acre lasciato dagli spari&nbsp; e dalle bombe usate per i blitz. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Riconobbe il banco del figlio, si avvicinò e si sedette. </h4>



<p>Si ricordò del primo giorno di scuola, il primo di quella tragedia. Forse lui avrebbe potuto fare qualcosa, fermare&nbsp; quegli uomini armati che senza pudore e umanità erano entrati correndo con i fucili puntati in avanti e coperti di maschere, così gli avevano raccontato. Avrebbe potuto armarsi&nbsp; e correre dentro insieme ai milizionieri.&nbsp; Ma sarebbe servito un suo gesto eroico per salvare tutti quei bambini?&nbsp; E per salvare il suo Murat? </p>



<h4 class="wp-block-heading">E se invece Murat fosse stato già morto prima del blitz? </h4>



<p>Gli pareva ancora di sentire gli spari, le urla di quei bambini, picchiettii che rimbombavano sui muri, su superfici di metallo. Li aveva così chiari nella sua mente che sembravano ancora veri. Su superfici di metallo? Come era possibile? Se si trattavano di rumori confusi, come faceva a distinguere in maniera così chiara quel singolo suono? Cercò di non pensarci più. “Ha ragione Tatjana sono troppo stanco, devo riposare” Eppure quel rumore continuava.&nbsp; Si alzò di scatto dalla sedia spaventato. Capì che&nbsp; picchiettio che&nbsp; rimbombava forte nelle sue orecchie non era un pensiero, era vero! </p>



<h4 class="wp-block-heading">Forse qualcuno era ancora vivo da qualche parte, doveva assolutamente cercarlo. </h4>



<p>Corse fuori dall’aula e si mise a perlustrare&nbsp; tutte le aule del primo piano, ma nulla. Probabilmente stava andando nella direzione sbagliata. Ritornò verso la scala principale dell’edificio, salì al primo piano e anche qui attraversò il corridoio centrale. Nulla nemmeno qui.&nbsp; Riprese le scale e salì al secondo piano fino all’entrata della palestra. Già, nella palestra. Ma come era possibile? Gli uomini della milizia avevano perlustrato tutta l’edificio e non avevano trovato superstiti.&nbsp; E se non avessero perlustrato a fondo?&nbsp; </p>



<h4 class="wp-block-heading">Dove avrebbe cercato ora?</h4>



<p>Entrò in questa ma nulla, come si immaginava. Quel rumore doveva venire da un’altra parte. Si guardò in giro. Vicino alla palestra vi erano i bagni. Si, non poteva che provenire da li il rumore. Con foga spostò i mattoni e le lastre di cemento che si erano accumulate davanti alla porta ed entrò. Si guardò attorno ma anche qui nessuno. Intanto il rumore era cessato. </p>



<h4 class="wp-block-heading">C&#8217;è ancora qualcuno vivo!&nbsp;</h4>



<p>“Vi assicuro che c’è ancora qualcuno vivo nella scuola!” disse Andrei ansimante al milizioniere che gli stava di fronte.” “Si calmi” rispose Dimitri Ivanovic, il comandante della polizia locale. Lo fece sedere, gli diede un bicchiere d’acqua “Mi dica cosa è successo”. “Vi prego, correte, qualcuno è ancora vivo e se non andate subito rischiate di non trovarlo”e iniziò a raccontare tutti i particolari. Dapprima il comandante non credette alle parole di Andrei. Pensò che quello fosse solo un gesto di un padre disperato per la scomparsa del figlio e che non si voleva rassegnare. Spiegò ad Andrei che i suoi uomini avevano perlustrato la scuola da cima a fondo&nbsp; e che non avevano trovato più nessuno vivo. Ma Andrei insisteva “Vi dico che quel picchiettio c’era, ve lo assicuro!” Dimitri Ivanovic si impietosì e decise di mandare i suoi uomini a controllare. “Vi ringrazio, vedrete che ho ragione. ” Si alzò, si mise il suo berretto e sempre a testa bassa si avviò verso casa.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Due giorni dopo la città era ancora il lutto, tutte le scuole erano state chiuse e la gente seppelliva gli ultimi corpi. </h4>



<p>Andrei era a letto, mentre Tatjana stava sul divano a pregare. Ad un tratto qualcuno bussò alla porta. “Tatjana Andreevna c’è un telegramma per voi” gridò ansimante il portalettere Sergej. Un telegramma? E chi poteva scrivere loro un telegramma? Tatjana aprì la porta, strappò il telegramma di mano a Sergei e lesse: I signori Andrievic sono inviati a recarsi all’ospedale Lenin del quartiere Jaroslvaskij per l’identificazione di un bambino che, a detta di altri testimoni, pare essere vostro figlio Murat ”. Il telegramma le cadde dalle mani. Prese il fazzoletto dalla tasca del grembiule. Si asciugò la fronte grondante di sudore. Salutò frettolosamente Sergej e corse in camera “Andrei, Andrei alzati dobbiamo andare all’ospedale, c’è un bambino ancora vivo che ancora non è stato identificato. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Cè un bambino ancora vivo!</h4>



<p>Dicono che assomiglia a Murat”. Andrei si voltò, si mise seduto sul letto e guardò Tatjana incredulo “Ma cosa stai dicendo?&#8221; ”Dobbiamo andare subito all’ospedale per il riconoscimento.” Andrei cominciò ad agitarsi. Murat poteva essere il loro Murat, ma se non fosse stato lui?</p>



<h4 class="wp-block-heading">Saltò giù dal letto, si vesti e insieme a Tatjana raggiunsero la fermata del 35. </h4>



<p>L’ospedale distava dal loro quartiere almeno un’ora di strada. Un’ora interminabile e pesante, un’ora in cui si alternavano sensazioni belle, brutte, speranza e delusione. Si tenevano le mani strette una a quelle dell’altro. Avevano bisogno di infondersi speranza, di darsi sicurezza. Ad attenderli vi era una infermiera dal viso paffuto che li accompagnò direttamente al reparto animazione, fino alla stanza 142. Ad Andrei tremavano le gambe e camminava quasi barcollando. “E’ qui dentro, non parla ma è cosciente” disse l’infermiera Olga.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Possono succedere miracoli nelle tragedie? </h4>



<p>Si pensò Andrei quando vide quel bambino steso sul letto, incosciente. &nbsp;“E’ lui, mio figlio, è mio figlio!&nbsp; Lo abbracciarono, lo accarezzano, gli parlarono. Restano li inginocchiati ai piedi del&nbsp; letto per tutta la sera.</p>



<p>Non aveva più scampo Murat quando sentiva avvicinare i terroristi. Si accorse però che di fronte ai lavandini vi era un piccolo sportello di metallo. Lo aprì e vide che era la botola dove venivano messi i rifiuti che poi finivano nel locale sottoterra. Non poteva più permettersi di aspettare, uno dei terrostitsi si stava avvicinando.&nbsp; Si infilò dentro e&nbsp; facendosi spazio tra&nbsp; i sacchetti di plastica, abbandonati dalle donne delle pulizie, con la mano destra afferrò lo sportello e chiuse la botola.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Era stato l&#8217;omino magico?</h4>



<p>Quando il milizioniere stava&nbsp; per scendere le scale e dirigersi verso l’uscita, il cane dinanzi alla porta dei bagni, aveva comiciato ad abbaiare. Allora si era messo a togliere la terra con le mani urlando, “C’è qualcuno dentro? “ ma nessuno rispondeva. Riuscì a farsi strada fino all’interno e il cane si avvicinò alla botola continuando ad abbaiare. Il milizioniere aprì la porta e dentro vi trovò Murat, col viso stremato e senza forze.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Chiusegli occhi e svenne.</h4>



<p>Lo sportello della botola era di un acciaio vecchio, di spessore consistente, ed era stato proprio questo a preservare Murat dalle bombe dei soldati. ”Mio Dio aveva ragione quell’uomo a dire che c’era ancora qualcuno!”. Il milizioniere cominciò a toccarlo per sentire se fosse ancora vivo e lo incitò a parlare.&nbsp; “Come ti chiami bambino?” Murat non rispondeva. Non riusciva a parlare ma era vivo, e capiva che finalmente lo stavano liberando.&nbsp; “Sono Murat, figlio di Andrei. Ditemi, cosa è successo ai mie compagni?” avrebbe voluto dire al milizioniere&nbsp; ma non ce la faceva “ Io sono qua perché l’omino magico mi ha detto che dovevo entrare nella botola, chiudere gli occhi e aspettare&#8230;.sei tu il mio omino magico?” ma ancora non gli uscì nulla. Chiuse gli occhi e svenne.</p>



<p>Foto dal web</p>



<span id="more-787"></span>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/l-omino-magico/">L&#8217;omino magico</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Prendimi l&#8217;anima</title>
		<link>https://www.simonamarabese.it/prendimi-l-anima/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Marabese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2022 18:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[adolescenza]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[bambina]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[distacco dalla famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[donna]]></category>
		<category><![CDATA[felicità]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://solopine.com/redwood/?p=76</guid>

					<description><![CDATA[<p>Prendimi l'anima. A volte mi capita di camminare per strada e sentirmi un po’ come il brutto anatroccolo della famosa favola</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/prendimi-l-anima/">Prendimi l&#8217;anima</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">PRENDIMI L&#8217;ANIMA. A volte mi capita di camminare per strada e sentirmi un po’ come il brutto anatroccolo della famosa favola che viene scacciato da mamma anatra per la sua bruttezza e diversità. Eppure ho due gambe, due braccia, due occhi e una testa per pensare e fare quello che mi si dice di fare. Forse anche di più ma non ho mai osato</p>



<span id="more-76"></span>



<p>E col passare degli anni ho visto la vita, in alcuni momenti, sfuggirmi di mano. Spesso mi sono adattata ad ogni circostanza che il destino mi imponeva e dentro il mio cuore cercavo continuamente persone che mi stessero accanto e con il loro amore potessero riempire il mio vuoto. A volte immaginavo che sopra la città vi fossero tanti palloncini colorati e appesi a questi persone sorridenti che si alzavano sempre di più e incontrandosi tra le nuvole si salutavano gentilmente.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Anche quando scrivo, mi sento pervasa di una natura selvaggia e incontrollabile.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<p class="has-drop-cap has-text-align-left">Così spesso fuggo nel mio mondo fantastico e mi lascio cavalcare sulle nuvole e sul mare, perché attraverso la fantasia trovo un porto sicuro in cui approdare la mia barca che per anni ha navigato in balia del vento e della tempesta.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Prendimi l&#8217;anima</h4>



<p class="has-text-align-left">La mia storia è la storia di una donna qualunque, ma mentre prendo carta e penna e mi accingo a scrivere, come ho sempre fatto nei momenti in cui nessuno mi vedeva a conversare con la mia anima che rideva, mi rendo conto che ogni donna è diversa perché all’interno di ogni corpo c’è una specie di ”nocciolino” differente, particolare e unico, che irruente batte per uscire. E nei miei pensieri la figura femminile è associata a quella di una lupa selvaggia che corre nella foresta e in maniera armonica si muove a passi di danza e ulula alla luna la sua bellezza.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La forza delle donne</h4>



<p class="has-text-align-left">Ma se mi capita di osservare attentamente figure femminili che agili si muovono per le strade della mia città, mi accorgo che forse abbiamo dei tratti in comune. Tutte abbiamo il coraggio di capire dove possono arrivare i raggi del sole e illuminare gli angoli della nostra anima che soffrono. Solo che spesso copriamo lo sguardo con occhiali così scuri che non riusciamo a vedere cosa c’è in lontananza, o a chiederci cosa vi sia oltre ai momenti di <a href="https://www.simonamarabese.it/la-guerra-in-ucraina-e-i-bambini/">dolore</a> che oscurano i giorni di sole. Ci sono <a href="https://www.simonamarabese.it/la-tattica-malvagia-dei-ceceni/">donne</a> che hanno così paura dell’ignoto che non si fermano mai per guardarsi dentro e chiedersi quale possa essere la causa della loro sofferenza. </p>



<p class="has-text-align-left">Allora a volte accogliamo i momenti tristi accettandoli come un pezzo del puzzle che compone la nostra vita. A tutte queste <a href="https://www.simonamarabese.it/la-tattica-malvagia-dei-ceceni/">donne </a>io dedico questa storia e in modo particolare ad una donna speciale, mia nonna Maria.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La mia storia</h4>



<p class="has-text-align-left">Quando venni al mondo i miei genitori volevano un maschio, ma nacqui io, una femmina di tre chili e mezzo. Allora fui il primo pensiero di mio padre che subito si chiese come avrebbe fatto una donna ad avere un carattere forte per difendersi dalle insidie del mondo. In una società dove chi nasce povero sa già che farà fatica, mentre chi nasce ricco può avere tutto, se sei anche una donna, allora già ti attribuiscono una debolezza innata in confronto alla forza degli uomini.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Come sarei sopravvissuta a tutto questo? Ho passato la mia infanzia a costruirmi delle corazze per affrontare il mondo cattivo – come lo vedeva il mio papà.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">Il mio passato</h4>



<p class="has-drop-cap">Ma ero donna e mi sarei volentieri rifugiata nelle calde braccia materne. Solo che mia madre non aveva avuto accanto sua madre nella sua infanzia. E quindi anche se in cuor suo Dio sa quanto si è sforzata, non ha mai saputo amarmi veramente. Si dice che quando non si è amati in gioventù si cresce con un enorme vuoto che ci lacera lo stomaco e anche l’anima. E per mia madre, avida dell’amore di mio padre, diventai un ostacolo. E anche se avevo dei bei occhi color dell’ambra e dei bellissimi capelli scuri, davanti a lei ero solo coperta di piume nere come il brutto anatroccolo.</p>



<p>Se confronto la mia storia alle storie di altre donne che hanno sofferto, vedo luoghi diversi, case diverse, famiglie diverse, vedo padri con capelli scuri, brizzolati, madri con pelle liscia o con visi colmi del segno del tempo ormai passato. Tutte siamo cresciute in luoghi distinti e con persone tanto lontane fra loro per cultura per mentalità. Eppure se una donna non ha imparato a correre in mezzo ai campi coperti di fiori, sotto il sole o la tormenta, in mezzo a boschi irti di rami pungenti, i vuoti che nascondiamo sono identici. Ne cambia solo l’entità, ma tutte sicuramente abbiamo chiuso dentro mura pesanti la nostra anima che soffre per uscire.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Se scavo nel mio passato alla ricerca della mia fanciullezza, i ricordi sono sbiaditi. Ho solo attimi davanti a me, alcuni belli alcuni brutti, che si alternano in base al mio stato d’animo. Se con fatica tento di ricomporre il puzzle della mia esistenza allora la figura che ne esce è una immagine scura, che non riesce a delinearsi, come i quadri dei pittori astratti che hanno un senso solo se guardati con occhi dell’anima diversi e in varie prospettive. E il pittore che ha composto il mio quadro ha usato colori scuri, tendenti al nero. Mentre io cerco la luce.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La scrittura per me</h4>



<p>Quando avevo sei anni un giorno a scuola la maestra ci disse di immaginarci un animale e di descrivere la nostra vita come se fossimo stati quell’animale. Mi ricordo che per una attimo fui libera di tirare fuori la mia parte selvaggia e mi immaginai un uccello dalle bellissime ali grandi e dorate e di volare in alto, tanto in alto, di girare terre e continenti e di vedere gente di ogni colore, di ogni età e di ogni statura.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Anche quando scrivo, mi sento pervasa di una natura selvaggia e incontrollabile.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La scrittura come salvezza</h4>



<p class="has-drop-cap">E nel mio vagabondare sopra la terra a contatto con le nuvole vedevo case e tetti spioventi e all’angolo di ogni casa persone felici che sorridevano, che si abbracciavano, che parlavano un’unica lingua e che cantavano un unico canto, quello dell’amore. La maestra rimase colpita da questo scritto e chiamò mia madre per dirle che secondo lei avevo una fantasia molto sviluppata. Forse era il mio nocciolino che si ribellava, la mia anima selvaggia che chiedeva di poter correre attraverso i campi verdi della mia vita? Poi non ricordo bene cosa successe. Penso che la risposta di mia madre fu questa: bene, sarà una cosa passeggera, tutti i <a href="https://www.simonamarabese.it/jamal-il-mio-fratellino/">bambini</a> hanno fantasia.</p>



<p>Nel viaggio del mio passato dopo questa grigia immagine subentra un lungo susseguirsi di immagini scure. Qualche immagine è rossa. Odio il colore rosso perché mi ricorda il sangue, mi ricorda la violenza. Quella che io subii quando avevo dodici anni.</p>



<h4 class="wp-block-heading">I momenti difficili</h4>



<p class="has-drop-cap">Lui aveva undici anni più di me e un giorno si presentò in casa mia chiedendo ai miei genitori di potermi frequentare. Mia madre fu subito molto felice di questo invito, perché nella sua infanzia le avevano raccontato che una donna nasce per fare una famiglia e per procreare. E come lei aveva vissuto quel destino già segnato, allora anche io dovevo conformarmi a quelle leggi già scritte. E forse quell’uomo, per cui non provavo nulla se non ribrezzo per il suo viso rugoso e la sua bocca piena di saliva che emetteva parole biascicanti, poteva essere l’uomo del mio destino segnato, colui che mi avrebbe condotta all’altare e colui che mi avrebbe permesso di procreare.</p>



<p>Col senno di adesso mi rendo conto che spesso i genitori ci addossano tutte le loro paure e che il pericolo dal quale ci difendono altro non è che il riemergere costante e desolato delle loro angosce. Riflettendo adesso a ciò che fu, mi rendo anche conto che inconsciamente accoppiandomi a quella figura vecchia e nera si sbarazzò, involontariamente di me, per recuperare l’amore che mio padre nutriva nei mie confronti.</p>



<h4 class="wp-block-heading">La mia anima</h4>



<p class="has-drop-cap">Ma non disprezzo ciò che ho avuto. Il dolore mi porta ad <a href="https://www.simonamarabese.it/diglielo-tu-vento/">amare</a> di più non ad odiare. Ed è solo con l&#8217;amore che colmiamo la fame d’amore che abbiamo dentro. Mi ricordo di un film che ho visto di recente. Il giovane psicanalista August Jung guarì la sua paziente <a href="http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/sabina-spielrein/">Sabrina Spielrein </a>coprendola di amore. Jung donò un sassolino a Sabrina dicendole: questa è la mia anima, prendila e siine la custode, e Sabrina conservò fino alla morte l’anima di Jung. E il suo dolore si placò.</p>



<p>Noi siamo tutti i custodi di un’anima, forse solo la nostra, ma anche e soprattutto di questa dobbiamo averne molta cura. Se il mio cammino dentro le oscure vie di questa è stato intralciato da antichi dolori, da immagini funeste e da rami di alberi che ne intralciavano il percorso, tuttavia non disprezzo ciò che ho avuto. Dalla accettazione della sofferenza profonda c’è la catarsi completa, la vera resurrezione. Se ci ostiniamo a nascondere la parte marcia, quella schiacciata dai pesi del male, allora davanti a noi vedremo solo male.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il significato della parola amore</h4>



<p>Se mia madre ha avuto paura di amarmi, è perché nessuno l’ha mai amata veramente. Anche le sue croci sono state pesanti da portare e se avessi capito prima il suo calvario senza essere accecata dalla ricerca affannata di tante cose che non ho avuto, forse mi sarei messa di fianco a lei per aiutarla a sopportare quel peso e in fondo al quel cammino avrei posto fiori profumati e non filo spinato per dividere le nostre essenze. Solo il perdono porta alla purificazione, alla rinascita.</p>



<p class="has-drop-cap">Allora avevo solo dodici anni. Quell’uomo abusò di me in molti modi e trasformò l’espressione più bella dell’amore tra un uomo e una donna in una catena pesante di cui ancora porto i segni sulla mia pelle. Nelle sue ruvide mani la bambina ingenua divenne una donna maledetta e forzatamente cresciuta. Ma allora non potevo parlare con nessuno. A chi potevo raccontare quel male? Chi avrebbe ascoltato la mia voce? Chi avrebbe medicato quelle ferite maleodoranti?</p>



<h4 class="wp-block-heading">La nonna</h4>



<p>Scappare fuori dalla stanza e vagare nel sole di un campo peno di grano per lasciare che il vento accarezzi il mio volto. Questo io amo più di ogni altra cosa. Il profumo del grano d’estate mi trasmette un senso di serenità interiore, di pace.<br>All’età di due anni i miei genitori mi affidarono alla cura di mia nonna.</p>



<p>Di quel periodo ricordo il profumo del pane dolce che la nonna mi portava a letto la mattina insieme una tazza enorme di caffè solubile. In questo primi anni della mia vita i colori scuri si attenuano, gli odori diventano piacevoli e ricordandone ne ho anche nostalgia. Mi sovviene anche il pane bagnato con lo zucchero nei pomeriggi d’estate quando il sole splendeva di un giallo tendente all’arancione nel giardino pieno di fiori della nonna, dove io giocavo quando tornavo dall’asilo consapevole che quella era la mia casa.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ma anche la nonna non aveva ricevuto amore dalla madre, perché la perse all’età di tre anni, e io rimasi senza una figura forte e equilibrata a cui confidare le mie paure.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<p>La vita di quegli anni fu per me un film già scritto per cui io ero solo la spettatrice seduta in un vecchio cinema di periferia a guardarne la trama senza farne commento.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il coraggio di una donna</h4>



<p class="has-drop-cap">Ma quanto coraggio ha una donna? Ve lo siete mai chiesti? Quanta forza abbiamo di vedere anche nel dolore un raggio di pace e serenità? Ma quanto sappiamo correre noi donne lupe? E se tanto abbiamo visto sforzandoci comunque di continuare, e se tanto abbiamo rinnegato perché ci hanno obbligato a comportarci come i nostri avi ci hanno insegnato, nessuno ha tanta forza per ricostruire quanta ne abbiamo noi, perché il grido della lupa è dentro e non ci lascia mai.</p>



<p>E se fino a venti anni la mia solitudine era coperta dalla compagnia della nonna, la quale prendendomi per mano mi accompagnava nei verdi parchi cittadini, dove io dimenticavo ogni piccola paura, dopo la sua morte questa divenne una ferita profonda e lacerata.</p>



<p>Fu allora che per un lungo attimo persi ogni voglia di continuare a vivere. Non ricordo ormai più l’intensità del dolore perché col passare degli anni ho fatto di tutto per seppellirlo negli strati più profondi della mia mente. Ricordo però il peso che questo significò e l’immensa fatica che feci per superarlo.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;amore si impara col tempo</h4>



<p>Quando all’età di diciott’anni incominciai a provare le sensazioni, i brividi dell’innamoramento chiesi a mia nonna cosa significasse amare un uomo, ma la mia domanda non ebbe la risposta che mi aspettavo. </p>



<p>Come poteva sapere cosa significasse amare, quando all’età di diciassette anni, dopo una infanzia trascorsa in fabbrica per aiutare il padre e la sorella minore, fu costretta a sposare un uomo molto più vecchio di lei, che non aveva mai visto e che non le piaceva?</p>



<p>Si impara ad amare col tempo- questa fu ciò che disse – e se vuoi essere ricambiata devi meritartelo. E fu da quel momento che cercai in tutti i modi di meritarmi l’amore dei miei genitori. E più mi sforzavo e più mi rendevo conto che non ottenevo molto.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;amore verso noi stessi</h4>



<p> Solo ora capisco l’inutilità di quelle parole, l’assenza di ogni significato vero e profondo. Noi possiamo imparare ad amare solo noi stessi. Se non amiamo la nostra essenza non amiamo nemmeno il profumo e il colore di nessun altro. </p>



<p>Se disprezziamo il nostro colore, la nostra forma, il nostro profumo, tutti avranno paura ad avvicinarsi a noi. E la mia giovane nonna che in fabbrica aveva intravisto i bagliori di due occhi azzurri di un bellissimo suo coetaneo, fu costretta ad abbandonare questo sogno e ad inseguire quello dello sposo ricco che avrebbe contributo al mantenimento della sua famiglia. Tutto questo ora mi fa inorridire. </p>



<h4 class="wp-block-heading">La violenza sulle donne</h4>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Come si può costringere un essere umano a lasciarsi toccare ed odorare da un estraneo? Forse non è anche questa una forma di violenza? E quante violenze siamo costrette noi donne a subire, in ogni modo in ogni parte del mondo?</p></blockquote>



<p>Quando mia mamma aveva diciott’anni mio nonno morì. Forse per la nonna fu una liberazione, almeno spero. Da allora mia nonna visse nella casa del primo figlio, la cui moglie odiava mia nonna.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Il ricordo della nonna</h4>



<p class="has-drop-cap">Se voglio sorridere ricordando la nonna, mi sovviene il ricordo di quando la sera mi addormentavo vicino a lei e mettevo la mia testa sul suo lungo braccio e appoggiavo la mia gamba sulla sua grossa pancia. Quelle notti erano i momenti più sereni, perché accanto alla sua possente figura nessun mostro avrebbe potuto farmi visita.</p>



<p>Ma col passare del tempo le braccia solide della nonna cominciarono a diventare flaccide. E lei, forse stanca delle fatiche della vita, lentamente si fece prendere dalla malattia che poi la portò alla morte. In questo tratto della vita ho perso colori e odori.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Mia nonna fu costretta a restare immobile su una sedia a rotelle. Fu affidata così alle cure di mia zia, la moglie del suo primo figlio. Era lei a nutrirla, a vestirla e lavarla. Ma come potevo sapere che la sera lei piangeva perché aveva fame, perché l’unico pasto della giornata era un pezzo di pane e uno yogurt, come potevo capire che quando mia nonna doveva andare in bagno cercava di trattenere il tutto per la paura di essere picchiata come sempre succedeva perché mia zia non la voleva pulire? </p></blockquote>



<p>Mia nonna allora aveva perso anche la parola e le uniche forze che le erano rimaste le utilizzava per respirare. E quando aveva sete non poteva bere, e quando aveva fame non poteva mangiare e rimaneva seduta sulla sua sedia rotelle accanto alla finestra. </p>



<p>Chissà cosa pensava quando non piangeva. Ma piangeva e quando io la salutavo per tornare al lavoro, stringeva forte la mia mano come per dirmi: non mi lasciare. Io la guardavo e con gli occhi la supplicavo: Nonna parlami, dimmi cos’è che ti tormenta, dimmelo.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Avevo smesso di vivere con mia nonna quando avevo iniziato le scuole superiori. </p></blockquote>



<p>Pensavo di essere diventata ormai una persona adulta, anche se sapevo che avevo sempre bisogno di lei. Eppure durante quegli anni cercai di restarle vicino in tutti i modi. Spesso mi fermavo da lei a dormire, nella stanza accanto sul divano, oppure accanto a lei sul suo letto anche se il rumore assordante della radio che le faceva compagnia, mi dava fastidio, anche se spesso lei si svegliava di notte e piangeva in silenzio per non farsi sentire. Quando la sera la coricavo sul letto per lei era una sforzo fisco enorme, un dolore insopportabile. E la mattina quando ripartivo per il lavoro, accanto alla mia sofferenza di non poterle evitare il dolore della donna che la maltrattava, vi era la sua angoscia di rimanere sola con la sua carnefice.</p>



<p class="has-drop-cap">Capii di aver perso definitivamente l’anima di mia nonna, quando una sera tornando dal lavoro mi chiese come era andato l’ultimo esame universitario, sostenuto anni prima. Nella sua mente ora non esistevano ne tempo ne spazio, ne odori, ne colori.</p>



<p></p>



<p>Quale calvario ho vissuto in quel periodo? Di fronte all’impotenza di non poterla aiutare non sapevo a chi confidare il mio segreto. Con chi avrei potuto parlare? Con mia madre che a sua volta non aveva mai parlato con sua madre? Ci ho provato credetemi. Quando si vede una persona soffrire si va oltre l’orgoglio e ci si abbassa in ginocchio per supplicare. Ho pregato mia madre di credere alle mie parole almeno una volta nella vita, ma se non mi aveva stimata abbastanza da piccola come poteva ora darmi fiducia?</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>In quel periodo dimagrii di dieci chili. Non mangiavo, non dormivo. Andavo a lavorare e tornavo la sera per badare alla nonna. Ero un automa.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<h4 class="wp-block-heading">La morte di mia nonna</h4>



<p>I colori e gli odori di quel periodo sono annebbiati o forse troppo forti per essere ricomposti nella mia testa. Ricordo quella sera quando il prete venne a dare l’ultima unzione alla nonna. Allora decidemmo di portarla all’ospedale per tentare ancora di salvarle la vita. Non so se avesse voluto questo o avesse preferito morire. </p>



<p>Se la vita ci fa brutti scherzi a volte si preferisce pensare che al di la di questa vi sia un luogo dove davvero si possa riposare, dove tutto è colorato di bianco e azzurro e non ci sono ne dolori né sofferenze. Solo che nessuno ne ha certezza e il nostro egoismo di tenerci accanto le persone che amiamo diventa prioritario.</p>



<p>Quando mia nonna si svegliò nella stanza dell’ospedale disse queste parole: riportatemi a casa, voglio morire nel mio letto e non in una stanza di ospedale.</p>



<p class="has-drop-cap">E così quando i medici ci dissero che non c’era più nulla da fare caricammo mia nonna sull’ambulanza per riportarla a casa. Io le sedevo accanto, le tenevo la sua mano penzolante e la guardavo. E mentre pregavo sentivo scorrere dentro il mio sangue tutta la sua sofferenza provata in quegli anni. Stesa su quel lettino ricoperto di lenzuola sbiadite, quasi gialle vi era una donna che in gioventù aveva corso come una lupa selvaggia e aveva attraversato regioni sconosciute dell’anima e continenti stranieri, ma che ora conservava attaccati al suo scheletro solo brandelli di carne. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il silenzio della morte</h4>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:100%">
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>La sua anima già se n’era andata verso luoghi felici. Fu in quel momento che desiderai la sua pace, il suo riposo, perché allora capii che la sua lupa selvaggia era ormai stanca di ululare e correre tra i prati verdi della terra.</p></blockquote>
</div>
</div>



<p>Quando gli infermieri sdraiarono mia nonna sul suo letto successe un miracolo. Venne allora a farle visita il suo secondo figlio, che lei non vedeva da dieci anni. Lei capì che davanti al suo capezzale era ritornato il figliolo prodigo, e miracolosamente aprì gli occhi e si mise a sedere. Spesso ci sono forze miracolose di cui non possiamo avere conoscenza. Chi le avesse dato così tanta forza in quel momento non so spiegarmelo. </p>



<h4 class="wp-block-heading">Il silenzio della malattia</h4>



<p>Cominciai invece a sperare che la sua malattia l’avesse abbandonata definitivamente e mi immaginai ancora di poterle parlare, di poterla abbracciare e di vedere ancora il suo dolce sorriso.</p>



<p>Il miracolo fu però breve, poi mia nonna cadde in un sonno profondo da cui non si risvegliò più. I momenti che susseguirono a questo furono solo interminabili silenzi. Tutto era scuro e la sua stanza era pervasa da un forte odore di candela accesa e di morte ormai vicina.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Lei era stesa sul letto, non mangiava e faceva fatica a respirare tanto che le misero due tubicini nel naso, uno per nutrirla e l’altro per toglierle il catarro che si accumulava nei polmoni.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<p>Il silenzio della sua stanza era intervallato dalle grida della sua anima che reclamava l’eterno riposo. Le stavo accanto giorno e notte e non lasciavo mai la sua mano perché mi ricordai che da giovane mia nonna mi ripeteva spesso questa frase: morirò quando tu non ci sarai perché non voglio che tu mi veda. </p>



<p>E convinta del fato di queste parole rimanevo attaccata al suo capezzale e le stringevo così forte la mano affinché lei avvertisse la mia presenza. Ma non siamo noi a dirigere la vita degli altri. Nessuno ha il diritto di modificare il nostro destino o di scegliere per noi. E quando per un attimo, esausta, mi assentai dal suo capezzale per far riposare un pò le mie stanche ossa, lei avvertì la mia assenza e decise di smettere di respirare. E morì.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Ero profondamente arrabbiata. Non versai una lacrima al suo funerale. </p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<div class="wp-block-columns is-layout-flex wp-container-core-columns-is-layout-9d6595d7 wp-block-columns-is-layout-flex">
<div class="wp-block-column is-layout-flow wp-block-column-is-layout-flow" style="flex-basis:100%">
<figure class="wp-block-pullquote"><blockquote><p>Il mio viso era diventato pietra e se durante l’adolescenza avevo deciso di costruire dei muri dietro i quali nascondere la mia vera essenza, allora mi armai di calce e pala e innalzai ancora più in alto quei muri finché diventarono grattacieli. Spesso ci teniamo dentro le cose, perché ci hanno insegnato che non va bene per una donna piangere, che non va bene pensare che possiamo scrivere, dipingere, cantare, ballare, pensare che la nostra creatività non si esprime solo nei sogni ma ha diritto di vivere. E così chiusi il mio cuore e gettai la chiave in un dirupo.</p></blockquote></figure>
</div>
</div>



<h4 class="wp-block-heading">Gli anni successivi</h4>



<p>Degli anni che susseguirono non ho ricordi molto felici se non piccoli momenti in cui la mia anima ululava all’impazzata e si ribellava a quegli enormi muri che la costringevano dentro un corpo. Per mia madre io ero una fallita, una donna che non era stata capace di costruire nulla e che si meritava gli insuccessi che le erano capitati.</p>



<p>Per questo ci ritroviamo spesso a sprecare tante energie per combattere le nostre paure e convincere gli altri della nostra innocenza. Solo che poi impariamo unicamente attraverso l’esperienza. E’ l’unico modo per crescere e rendere più leggero il fardello della vita.</p>



<h4 class="has-text-align-left wp-block-heading">Cosa c’era dentro me dopo la morte di mia nonna?</h4>



<p>Una persona che soffriva e che la sera tornando dal lavoro, come tutte le persone di questo mondo desiderava vedere il sorriso delle persone a lei care. La nostra casa è il nostro rifugio, dove possiamo essere noi stessi, dove ci accolgono le persone che amiamo e che ci amano. Eppure non c’era nessuno ad aspettarmi. </p>



<p>Mi rinchiudevo sola nella mia camera aspettando con impazienza il giorno dopo per lasciare la mia casa e tornare al lavoro. Se cercavo lo sguardo di mia madre percepivo il suo scontento per aver avuto una figlia che al posto di diventare un cigno era rimasta per tutta la vita un brutto anatroccolo. Fu allora che mi accorsi di avere dei profondi vuoti d’amore, che cercavo di colmare scegliendo accanto a me uomini strani, che mi attiravano con false caramelle ma che poi mi facevano soffrire.</p>



<h4 class="wp-block-heading">Corri lupa selvaggia</h4>



<p>La mia storia qui si ferma. Quel che successe dopo è stato un lungo cammino di crescita e maturità. La morte di mia nonna ha portato alla mia rinascita. Perché dopo aver vissuto il lutto per interi anni, un giorno ho avuto la forza di guardarmi dentro e ascoltare la voce della mia lupa selvaggia. Fu allora che ho cominciato a demolire gli alti grattacieli innalzare al loro posto bandiere colorate e colombe.</p>



<p>Per anni ho sognato e ancora sogno il volto di mia nonna che mi sorride e nei momenti più duri della mia vita la sento piangere vicino a me per l’impotenza di potermi aiutare.</p>



<h4 class="wp-block-heading">L&#8217;amore per me stessa</h4>



<p class="has-drop-cap">Ma lei non sa che non l’ho mai abbandonata, che sento costantemente sempre la sua presenza e che se chiudo gli occhi vedo campi in fiore e un sole splendente e io e lei che camminiamo una accanto all’altra. E mi rendo conto che la vita stessa è un miracolo e che non esiste nulla di assoluto ed eterno e che nessuno può dirci cosa è giusto o cosa sbagliato e che solo noi possiamo abbattere i grattacieli costruiti per difendere la nostra nocciolina e far uscire la lupa selvaggia che c’è in noi. Senza giudizi, senza pregiudizi senza leggi eterne o assolute. Tutti abbiamo il diritto di essere ciò che vogliamo essere.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Corri donna, corri lupa selvaggia, non abbandonare mai la forza e il coraggio.</p><cite>Prendimi l&#8217;anima</cite></blockquote>



<p></p>



<p>Corri donna, attraversa campi dorati e fioriti, fatti accarezzare dal vento e ogni tanto alza lo sguardo per guardare la purezza del bianco delle nuvole e per farti scaldare dai raggi del sole. Ma soprattutto prendi la tua anima tra le mani e siine la sua custode.</p>



<p>Prendimi l&#8217;anima</p>



<p>Immagine di <a href="http://bottegadellarte.altervista.org/wp/tag/angela-marabese/">Angela Marabese</a></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p></p></blockquote>



<p></p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p></p></blockquote>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/prendimi-l-anima/">Prendimi l&#8217;anima</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Jamal: il mio fratellino</title>
		<link>https://www.simonamarabese.it/jamal-il-mio-fratellino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Simona Marabese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 16 Jan 2022 17:45:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[bambino]]></category>
		<category><![CDATA[bombe]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<guid isPermaLink="false">http://solopine.com/redwood/?p=96</guid>

					<description><![CDATA[<p>Jamal: il mio fratellino. &#8211; Dacci dei giocattoli Sire e non ti disturberemo. Correremo nei prati verso il sole giocando. Perché siamo bambini e prima di vivere dobbiamo giocare. Simona Marabese L’altra notte non riuscivo a dormire. Faceva freddo e non mi bastava la coperta stesa sul pavimento per scaldarmi.Mi sono affacciato alla finestra per vedere il mio paese. Non è molto bello perché oramai non c’è rimasto quasi nulla. Dalla finestra si vedono solo case diroccate, qualche rudere perché le bombe hanno distrutto tutto. Mi sono affacciato per vedere se almeno di notte la gente riesce a dormire anche con tutti i rumori di spari che ci accompagnano sempre. C’è stato un attimo invece in cui ho sentito il rumore del silenzio. Ho pensato: un miracolo! Non c’erano urla, ne gemiti, ne carri armati volanti. Ho pensato anche per un momento che fosse arrivato quel signore di cui ci parlano sempre a scuola. Ci hanno detto che sarà lui un giorno a portare la pace. Allora questo silenzio significava che lui stava per arrivare per portare la pace. Ho avuto paura. Sono nato nella guerra e non so cosa è la pace. Mi hanno raccontato che quando un giorno [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/jamal-il-mio-fratellino/">Jamal: il mio fratellino</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Jamal: il mio fratellino. &#8211; Dacci dei giocattoli Sire e non ti disturberemo. Correremo nei prati verso il sole giocando. Perché siamo bambini e prima di vivere dobbiamo giocare.</p></blockquote>



<p>Simona Marabese</p>



<span id="more-96"></span>



<p>L’altra notte non riuscivo a dormire. Faceva freddo e non mi bastava la coperta stesa sul pavimento per scaldarmi.<br>Mi sono affacciato alla finestra per vedere il mio paese. Non è molto bello perché oramai non c’è rimasto quasi nulla.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Dalla finestra si vedono solo case diroccate, qualche rudere perché le bombe hanno distrutto tutto.</p></blockquote>



<p>Mi sono affacciato per vedere se almeno di notte la gente riesce a dormire anche con tutti i rumori di spari che ci accompagnano sempre.</p>



<p class="has-drop-cap">C’è stato un attimo invece in cui ho sentito il rumore del silenzio. Ho pensato: <a href="https://www.simonamarabese.it/prendimi-lanima/">un miracolo</a>! Non c’erano urla, ne gemiti, ne carri armati volanti. Ho pensato anche per un momento che fosse arrivato quel signore di cui ci parlano sempre a scuola. Ci hanno detto che sarà lui un giorno a portare la pace. Allora questo silenzio significava che lui stava per arrivare per portare la pace. Ho avuto paura. Sono nato nella guerra e non so cosa è la pace. Mi hanno raccontato che quando un giorno non ci saranno più spari, quando non ci sarà più gente ammalata quando tutti avremo da mangiare, un materasso su cui dormire, allora quel giorno ci sarà la pace.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>Se ci penso sono contento. Ah, Se ci fosse ancora Jamal il mio fratellino, sono sicuro che anche lui sarebbe contento di questa cosa.</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Solo che lui ora non c’è. Non so bene dove sia andato. Mi ricordo l’ultima volta che l’ho visto. Eravamo andati nel vicolo vicino insieme agli altri bambini. Li c’è una piazza molto grande dove possiamo giocare. La mamma ci aveva avvertiti di stare attenti, ci aveva detto di guardare sempre per terra prima di camminare. Invece Jamal ha voluto fare un gioco strano. Ha visto enorme sasso nel centro della piazza e ha voluto prendere la rincorsa per saltarlo. Ma mentre correva ha inciampato in qualche cosa, una specie di giocattolo, sembrava una farfallina gialla. Poi non mi ricordo molto, ho sentito un botto e della polvere che si alzava e sono caduto. Quando ho riaperto gli occhi c’era tanta gente ma Jamal non c’era. Al suo posto ho visto delle macchie rosse, di sangue. Ho urlato” Jamal, Jamal!” ma lui non rispondeva, non c’era più.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p>E nemmeno adesso c’è. Non dorme più vicino a me sulla coperta stesa sul pavimento.</p></blockquote>



<p class="has-drop-cap">Verrà <a href="https://www.simonamarabese.it/prendimi-lanima/">la pace </a>un giorno mi dice sempre la mia mamma. Allora tutte le sere prima di dormire dico una preghiera a quel signore che è disegnato sul libro di scuola e gli chiedo di portare la pace, così davvero Jamal ritornerà. Si, perché non so bene cosa voglia dire la mamma quando dice che ci sarà la pace, perché io sono nato in mezzo alle bombe e non so cosa significhi stare senza. Però per me la pace ci sarà quando un giorno potrò tornare con gli altri bambini a giocare nel vicolo qui vicino senza aver paura di schiacciare le farfalle gialle. E sono sicuro che quel giorno ci sarà anche Jamal a giocare con me.</p>



<p>Ecco, è finito il silenzio, riprendono gli spari, forse è meglio che torni a dormire. Buona notte Jamal in qualunque posto tu sia&#8230;Jamal, il mio fratellino.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p></p></blockquote>



<p>Sul pavimento c’è sempre un po’ di coperta per te, quando vorrai tornare a dormire vicino a me.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.simonamarabese.it/jamal-il-mio-fratellino/">Jamal: il mio fratellino</a> proviene da <a href="https://www.simonamarabese.it">Simona Marabese</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
